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Dieta iperproteica: efficacia ed effetti nocivi sul fegato

Tra i diversi regimi alimentari che si possono adottare per dimagrire vi è anche la dieta iperproteica, un piano alimentare ad alto contenuto di proteine che può portare ad alterazioni metaboliche epatiche. La dr.ssa Alda Attinà, specialista in nutrizione, ci spiega come funziona e cosa si rischia ad adottare questo tipo di alimentazione.

da Anna Franceschi,

Con il nuovo anno, parte la corsa alla dieta: ma come fare a scegliere quella migliore per il proprio benessere? Attenzione a non optare per diete eccessivamente proteiche, che potrebbero non essere sempre efficaci. Abbiamo chiesto alla dr.ssa Alda Attinà, specialista in nutrizione, di darci alcuni validi consigli.

Quando si parla di dieta iperproteica?

Ormai, molto di moda per il rapido effetto dimagrante, le nascondono numerose sfumature. In primis, occorre definire il concetto di “iperproteico”. Vi sono numerosi modi per constatare il contenuto proteico di una dieta: può essere riferito alla % di proteine sul totale dei nutrienti di una dieta, alla quantità di grammi di proteine per kg di peso corporeo del paziente, o ai grammi di proteine totali della dieta.

Devo dire che la definizione di “dieta iperproteica” non è chiara e uniforme nel mondo scientifico ma, in generale, un piano alimentare con alto contenuto di proteine è caratterizzato da circa il 30% di proteine, che potrebbe non corrispondere linearmente a un aumento di grammi di proteine su kg di peso corporeo del paziente, soprattutto se la quota calorica complessiva giornaliera risulta ridotta.

D’altro canto, la letteratura scientifica solleva qualche perplessità sulla sicurezza e sull’efficacia di una dieta iperproteica a scopo dimagrante, soprattutto quando combinata a un ridotto contenuto in carboidrati.

In quali casi è consigliata ed è efficace

L’efficacia di una dieta iperproteica consiste nel dirottare il metabolismo energetico sull’utilizzo di substrati alternativi al glucosio verso i corpi chetonici. Questi vengono prodotti dal fegato a partire dalle riserve lipidiche dell’epatocita e utilizzati a scopo energetico nei distretti corporei.

L’organismo simula una mancanza energetica, che consente l’utilizzo del tessuto adiposo grazie al direttore d’orchestra: il fegato. Prima di consentire al paziente di approcciare a un protocollo del genere, occorre un’approfondita valutazione nutrizionale con relativa anamnesi clinica.

Il paziente deve essere istruito sulla qualità bromatologica della dieta che va comunque seguita per un periodo di tempo determinato e non duraturo, con relativo follow-up dopo un periodo di tempo stabilito dal Nutrizionista.

Le evidenze scientifiche hanno osservato una netta riduzione della massa grassa in kg senza incidere sulla massa magra. I risultati ovviamente vanno considerati da persona a persona, in quanto variabili in base alla composizione corporea di partenza.

Una domanda sorge spontanea: per quanto tempo un soggetto riuscirebbe a seguire una dieta di questo tipo? La perdita di peso sarà direttamente proporzionale alle implicazioni sulla salute del paziente?

In che modo un eccesso di proteine può influire sul fegato?

Il fegato è l’organo chiave nella gestione e nell’utilizzo dei nutrienti provenienti dal cibo ed è implicato nella conversione di substrati metabolici alternativi al glucosio per organi e tessuti.

Le alterazioni metaboliche epatiche possono essere causate da un’alimentazione non bilanciata in termini bromatologici. Un recente studio preliminare, pubblicato su Journal of Nutritional Biochemistry, ha esaminato l’effetto lungo termine di una dieta iperproteica ricca in caseina sui pathways metabolici del fegato.

La ricerca ha evidenziato un aumento della deposizione di trigliceridi all’interno dell’epatocita con seguente azione pro-infiammatoria legata a stress ossidativo causato dal contesto di riduzione del pH ematico. A livello microscopico, una dieta iperproteica seguita nel tempo sembra produrre un drammatico incremento di HSP90, una proteina della famiglia delle heat-shock protein utilizzata come marker di danno epatico, in quanto ricondotta a steatosi epatica indotta da alcool e ad epatocarcinoma.

Non c’è nulla di più bello che imparare a mangiar sano. Il piatto che mettiamo in tavola oggi è la medicina del domani.

A RISPONDERE ALLE DOMANDE:

Specialista in nutrizione

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